Oltre alla carenza di organico e
al sovraffollamento delle carceri, arrivano anche storie di
risocializzazione dall’istituto di massima sicurezza di Sulmona,
dove due detenuti hanno ricevuto il battesimo come Testimoni di
Geova. Una vicenda che, secondo il portavoce dei Testimoni di
Geova per l’Abruzzo, Roberto Guidotti, “rappresenta un esempio
di cambiamento personale e recupero sociale all’interno del
contesto carcerario, di crescita interiore e trasformazione”.
“Le attività che svolgono i Testimoni di Geova in carcere –
afferma il direttore dell’istituto, Stefano Liberatore –
contribuiscono al percorso di risocializzazione dei detenuti,
che passa anche attraverso la dimensione religiosa”.
Enrico Di Cristofaro, uno dei 507 ministri di culto dei
Testimoni di Geova operativi nelle carceri italiane, commenta.
“Quella di Mario e Giovanni – nomi di fantasia – è una storia
che incoraggia e fa riflettere. Dimostra che nessuno è
irrecuperabile. In questi mesi di colloqui settimanali ho potuto
osservare personalmente cambiamenti significativi nel
linguaggio, nel modo di ragionare e nell’atteggiamento”.
“La pratica della religione rientra tra gli elementi del
trattamento penitenziario che possono concorrere al percorso
rieducativo del detenuto”, spiega all’ Mauro Nardella,
segretario nazionale Cnpp-Spp. “Insieme al lavoro, ai rapporti
con la famiglia e all’istruzione costituisce uno dei principali
strumenti del percorso trattamentale. Conversioni di questo tipo
si verificano con una certa frequenza”, conclude.
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